La scuola forma e evangelizza: don Juan Vecchi

Don Juan E. Vecchi risponde ad una domanda che in realtà viene continuamente proposta: la scuola cattolica è portatrice di formazione e di evangelizzazione di per se stessa o per far ciò deve diventare pretesto per altri interventi di natura religiosa, quali la proposizione dottrinale, la preghiera in comune, le celebrazioni liturgiche, gli esercizi spirituali, l’associazionismo? In altre parole: la scuola serve solo a raccogliere utenza per poter poi essere evangelizzata con altri strumenti, esterni al momento didattico proprio delle discipline? Accenneremo solo ad alcune riflessioni che dovrebbero necessariamente essere più a lungo sviluppate.

Scrive don Juan E. Vecchi: «In primo luogo risulta chiaro che l’evangelizzazione è la ragione ultima della scuola cattolica in quanto tale. Evangelizzare attraverso la scuola significa infatti illuminare con la luce del vangelo l’educazione, i processi di crescita e l’esperienza scolastica del giovane e dell’adulto. L’identità culturale e pedagogica della scuola cattolica dunque non si esaurisce in qualche elemento particolare istituzionalmente assicurato, come l’insegnamento religioso, le celebrazioni e la presenza di gruppi interessati alla catechesi. È l’esperienza educativa nella sua globalità che va “evangelizzata”. Ciò postula una propria vita di evangelizzazione diversa da quella delle parrocchie, dei movimenti ecclesiali o degli stessi oratori.
Del momento didattico vanno scoperte e attivate tutte le possibilità educative: l’informazione scientifica settoriale, lo sviluppo delle capacità intellettive, il coinvolgimento totale della persona nel contatto con la realtà, la formazione progressiva di una visione del mondo, i valori connessi a ciascuna area della conoscenza, gli interrogativi che provoca il rapporto personale che si stabilisce con coloro assieme ai quali si lavora nella ricerca”.

Cioè, a parere di don Vecchi, la scuola forma ed evangelizza secondo le modalità del momento didattico, perché informa, sviluppa, coinvolge, forma ad una visione della realtà, prospetta valori, provoca interrogativi, stabilisce rapporti. Con molta chiarezza il Progetto Educativo Nazionale su questo aspetto così si esprime: “L’alunno viene aiutato a ristrutturare attivamente i contenuti e i metodi di apprendimento, ad esprimere il senso delle esperienze e delle certezze vissute e ad emettere personali, liberi e motivati giudizi di coscienza, rischiarati e sostenuti dal dialogo con la Rivelazione cristiana”. In ultima analisi la funzione della scuola è quella di sviluppare il senso critico, creare mentalità, formare orientamenti, indurre valori. Non è possibile né efficace proporre momenti specifici religiosi, sicuramente necessari, se il terreno non è adatto ad accettarli: di qui la necessità di un lavoro globale, paziente, continuato. La scuola “necessariamente” orienta e crea mentalità, proprio perché l’ambiente, in cui si è inseriti, e gli insegnanti non possono fare a meno di esprimere se stessi come sono e come pensano.

La condizione assoluta e irrinunciabile è quindi che i formatori siano formati e orientati secondo principi e scelte che noi riteniamo giusti e veri. Si impone quindi l’urgenza della formazione dei docenti: “Adopero la parola urgenza, dice don Vecchi, perché non ne trovo un’altra più pressante”.

Già però don Vecchi aveva affrontato il tema della scuola in una relazione dal titolo La scuola salesiana: piattaforma di evangelizzazione e di azione pastorale, scritta nel 1983 quando era Consigliere Generale per la Pastorale Giovanile.
Secondo don Vecchi i temi cruciali della scuola cattolica sono essenzialmente tre. Il primo è la cultura. La scuola cattolica si presenta in effetti come luogo di crescita umana mediante l’assimilazione sistematica e critica della cultura. Il secondo tema è la evangelizzazione. Cosciente del fatto che l’uomo storico è quello salvato da Cristo, la scuola cattolica tende a formare il cristiano nelle virtù che lo configurano a Cristo suo modello e gli permettono di collaborare finalmente all’edificazione del Regno di Dio. Il terzo è la professionalità cioè la capacità pedagogica, il livello di riflessione e di efficienza nella elaborazione di un sapere e nell’arte educativa. Si afferma difatti che se non è scuola, cioè luogo e ambiente specializzato in educazione, non può essere anche cattolica.

Mette inoltre in rilievo due aspetti, l’incontro con la cultura e l’esperienza vitale che non si oppongono ma neanche si identificano. Quale dei due aspetti emerge nello stile salesiano? A quale si dà la preferenza? Secondo don Vecchi nell’equilibrio e nell’armonia, che si cerca in ogni soluzione, i salesiani prestano attenzione preferenziale alla vita del ragazzo e in essa includono l’incontro con il patrimonio culturale. La Congregazione non nacque con la finalità di fondare scuole, ma con quella di tendere una mano ai giovani che si trovavano in una particolare situazione. Per risolvere questa situazione nacque il primo programma: l’Oratorio, la cui caratteristica è seguire il ritmo della vita segnato dalla spontaneità giovanile che non escludeva i momenti culturali e religiosi. La scuola ebbe inizio nell’Oratorio e si ispirò al modello oratoriano senza perdere la sua peculiarità sistematica e disciplinare. Don Bosco accettò scuole per la necessità della vita del giovane e non tanto per amore astratto alla cultura. Per la stessa ragione la Congregazione accetta oggi le scuole, per la loro funzionalità a raggiungere i giovani nella loro vita.

Un intervento ascoltato al Capitolo Generale 21 diceva: “Non bisogna fare della scuola un assoluto né un nemico della missione salesiana, ma vedere se nella forma concreta come si sta conducendo ci mette a contatto coi giovani o ci allontana dalla loro vita anche quando offriamo loro il servizio della istruzione”.
Don Vecchi conclude questo suo lungo intervento dicendo che al momento in cui lui scrive la scuola è pur sempre l’ambiente in cui si prende contatto con più giovani, durante un tempo prolungato e con il programma più organico. Parlare di rinnovarla è segno che vogliamo che continui. È il segno che crediamo nella sua efficacia per la cultura, l’evangelizzazione e per la missione dei salesiani.