L’educazione nella prospettiva dell’attualità: don Pascual Chavez Villanueva

Don Pascual Chavez, IX Successore di don Bosco, ha delle espressioni chiare e decise sulla necessità dell’educazione nel contesto attuale. Impegna la famiglia salesiana a lottare per “l’uguaglianza delle opportunità, per la libertà di insegnamento, per la creazione di una cultura della tolleranza, della comunione, della solidarietà, per una società che renda possibile l’educazione ai valori e dove si prendano in conto tutte le dimensioni della persona”.
È estremamente utile riportare il suo pensiero che è in realtà la convinzione stessa della Congregazione, in sintonia con la continuità di pensiero dello stesso Fondatore.

“Sin dall’inizio la Famiglia Salesiana si presentò come un’istituzione educativa, saldamente radicata alla scuola. Così don Bosco che, fin dai primi anni della sua attività a Valdocco, introdusse con creatività il settore scuola al centro del suo apostolato giovanile, conservando in esso la finalità, il clima e i criteri oratoriani, e cercando di fare di ognuna delle due opere “una casa che accoglie, una parrocchia che evangelizza, una scuola che avvia alla vita, un cortile per incontrarsi”. Di pari passo alla sua espansione mondiale, la congregazione si è convertita in un grande movimento di diffusione della scuola popolare e cattolica in un duplice flusso: di adeguamento alla realtà propria di ogni paese e di trasformazione attraverso il contributo del carisma salesiano e della originalità del suo metodo educativo. In questo processo i Salesiani sempre si sono lasciati guidare dalla convinzione, convalidata dall’esperienza, che la scuola sia un ambiente privilegiato per l’educazione, un elemento valido per la promozione umana, una piattaforma di evangelizzazione straordinariamente efficace.

Dall’analisi delle statistiche emerge con chiarezza l’importanza che la Famiglia Salesiana ha sempre dato alle istituzioni di educazione formale: scuole elementari, medie e superiori, istituti tecnici, scuole agricole, centri di formazione professionale, politecnici, università, istituti di magistero, centri di alfabetizzazione, scuole missionarie, parrocchiali, serali, festive. Ma non si tratta soltanto di quantità. Si è cercato sempre di garantire la qualità dell’educazione.
Certo, non sono mancati momenti di contestazione e di crisi, nei quali la validità educativa e pastorale dell’istituzione “scuola” è stata messa in dubbio. Ma, pur senza ignorare limiti e deficienze, si è puntato a rinnovarne il modello, cercando risposte sempre più coerenti e contestualizzate alle nuove sfide pedagogiche e pastorali. Non c’è dubbio che fra la scuola d’oggi e quelle di trent’anni fa - per non dire di cento anni fa - esiste un’abissale differenza, persino a livello architettonico e di impiantistica. Oggi è pacifico per noi parlare di comunità educativo pastorale, di progetto, di nucleo animatore, di dimensione culturale della scuola, della sua finalità evangelizzatrice, di animazione pastorale, di protagonismo giovanile, di educazione integrale, di rapporto e influsso nel territorio.

Il fatto che la missione salesiana si centri sull’educazione non vuol dire che questa si circoscriva al mondo della scuola. I campi dell’educazione e della cultura sono ben più ampi, e presentano aspetti e sfumature che superano le potenzialità della scuola, per la presenza di numerose altre agenzie educative. È evidente, tuttavia, che essa continua ad essere una piattaforma privilegiata di educazione, dialogo e confronto culturale, e perciò di trasformazione della società. Questa preminenza della scuola sul resto si spiega con la coincidenza e durata dei processi educativi iniziali, con i ritmi e le procedure accademiche, con la molteplicità, diversità e complementarietà degli interventi educativi che si realizzano lungo l’anno scolastico; con la quantità di persone coinvolte; con la ricchezza e qualità di rapporti interpersonali tra allievi e maestri, studenti e professori, educatori ed educandi, perché l’educazione è una questione di trasmissione non solo di nozioni, idee, saperi, ma ancor più di valori, esperienze, visioni della vita; infine, con l’accompagnamento personale che si può offrire ai giovani nella ricerca del senso della vita e nella scoperta della propria vocazione”.

Don Chavez è ritornato ultimamente sul problema dell’educazione e della scuola in diversi interventi. Vogliamo ricordarne due di particolare rilievo: il primo è rappresentato dalla lectio magistralis tenuta all’Università di Genova il 23 aprile 2007 dal titolo Educazione e cittadinanza. Si sofferma sulla scuola in generale e particolarmente sulla specificità della scuola salesiana in un corposo paragrafo, nel quale viene indicata “La proposta odierna della scuola salesiana”. Egli afferma che in questo processo di cambio, epocale e congiunturale, è vitale che la scuola cattolica salesiana sappia conservare la sua identità, attingendo al genio pedagogico di Don Bosco e affrontando le sfide odierne della nostra società. Il “sistema” educativo di Don Bosco è stato praticato, verificato e perfezionato in quello che è stato definito il «laboratorio pedagogico» di Torino-Valdocco; è dunque decisamente “datato”, in quanto adeguato e consono ad un mondo che non esiste più; è però sempre attuale e vitale, ma unicamente in quanto - e se - viene seriamente attualizzato (“tradotto”, inculturato, ripensato, aggiornato), alla luce delle moderne problematiche educative, ovviamente ignote ai tempi di Don Bosco.

Il progetto educativo
Per Don Bosco il presupposto per un progetto educativo vero e proprio è la sollecitudine per il soddisfacimento dei bisogni fondamentali dei giovani: vitto, vestito, alloggio, sicurezza, lavoro, sviluppo fisico e psichico, inserimento sociale, un minimo di valori ecc. Viene poi - ma i due momenti non sono cronologicamente separabili - l’educazione vera e propria del giovane volta alla promozione ed all’espansione della dimensione cognitiva, affettiva ed etica: competenza decisionale, capacità di responsabilità morale e civile, indispensabile cultura di base e professionale, cosciente e coerente impegno religioso ecc. Tali scopi sembrano oggi ancora attuali, considerando come, a seguito dalle profonde trasformazioni avvenute nella società, sia in atto un deciso recupero delle valenze assistenziali e sociali del progetto educativo salesiano, come anche di quelle valoriali proprie della sfera affettiva, emotiva, naturale e soprannaturale. Oggi l’impegno educativo si estende sempre di più e i compiti dell’educatore sono sempre più difficili da eseguire e verificare. Se un tempo vi erano quasi solo il cortile, la chiesa, il laboratorio, la scuola, oggi siamo in presenza di diversi tipi di scuole, di istituti educativi e terapeutici, di comunità di accoglienza per ragazzi e giovani in difficoltà, di centri di prevenzione contro la tossicodipendenza, di consultori, di interventi umanitari per i giovani che vivono per la strada, di campi profughi con gran numero di ragazzi e giovani, di centri di accoglienza per immigrati … E tutto ciò all’interno di una società complessa e cosmopolita.

Don Bosco sintetizzò l’obiettivo dell’educazione con una frase semplice e comprensibile: portare il giovane ad essere “un onesto cittadino e buon cristiano”. Con questa frase voleva esprimere l’integrità del suo ideale: formare costruttori della città e uomini credenti. In esso tutte le dimensioni della personalità sono tenute in conto. L’onesto cittadino del terzo millennio, è chiaro, non è più quello inteso da Don Bosco, figlio di un tempo in cui non si concepiva una “politica attiva” se non ad opera di una minoranza ricca e privilegiata, di cui difficilmente avrebbero fatto parte i preadolescenti o gli adolescenti poveri o del ceto medio raccolti nelle sue case. Neppure è quello che, nell’analisi e nella valutazione del disagio sociale, tende, come Don Bosco, a ricercarne le cause unicamente nelle responsabilità morali e religiose dei singoli e non nei condizionamenti e determinismi di indole economica, politica o sociale. E neanche è solo quello piuttosto passivo che obbedisce alle leggi, non dà problemi alla giustizia, pensa unicamente ai “fatti suoi”.

Il passaggio dall’assolutismo monarchico al parlamentarismo liberale prima e alla democrazia poi, il sorgere della “questione sociale” con il socialismo, il marxismo, il sindacalismo, la dottrina sociale della Chiesa, la richiesta universale di cittadinanza attiva e democratica ecc. hanno lasciato pesantemente il segno. Così come lo lasciano oggi l’inarrestabile avanzata del pluralismo, della globalizzazione, delle moderne tecnologie informatiche e telematiche, della pluriculturalità diffusa.

Nella stessa prospettiva è evidente anche che il buon cristiano di oggi non sia più come lo concepiva Don Bosco e tanti come lui: un minimo di formazione religiosa, ricezione consuetudinaria dei sacramenti, devozioni ai santi quali modelli e ideali di vita cristiana, lettura esclusiva di “buoni” libri, obbedienza assoluta alle legittime autorità ecclesiastiche dentro l’unica e vera Chiesa, la cattolica, una vita di progresso nelle virtù che poi si sarebbe felicemente conclusa con una morte virtuosa. Un secolo di riflessione teologica e un Concilio Vaticano II sarebbero passati invano e la multireligiosità e multiconfessionalità del mondo di oggi non indicherebbero nulla.

Bisogna dunque prendere atto che la ben nota formula di “onesti cittadini e buoni cristiani” è oggi da rifondare sul piano antropologico e su quello teologico, è da reinterpretare storicamente e politicamente. Una rinnovata antropologia dovrà individuare, tra i valori della tradizione, quali siano da sottolineare nella società postmoderna e quelli invece nuovi da proporre; una rinnovata riflessione teologica preciserà i rapporti fra fede e politica, fra diverse fedi; una rinnovata analisi storico-politica comporrà educazione e politica, educazione e impegno sociale, politica e società civile.

L’ambiente educativo
La scuola salesiana presenta un secondo elemento distintivo: è il clima umano o ‘ambiente’ che si respira nell’opera salesiana. Ci rendiamo conto della sua presenza solo quando ci fermiamo a pensarci su. Così può succedere che per il bambino o il giovane l’ambiente sia indefinibile quantunque entrambi lo percepiscano. È quel che noi siamo soliti denominare “lo spirito di famiglia”. È proprio questo ambiente, una specie di ecologia formativa e che costituisce uno degli elementi essenziali del Sistema Preventivo di Don Bosco, quello che lo rende valido in tutti i contesti culturali e religiosi, come sta a dimostrarlo la esperienza assodata in Asia e Africa, dove la maggioranza dei nostri studenti, genitori e collaboratori non sono cristiani, ma trovano nella scuola salesiana un’atmosfera familiare che li fa sentire a loro agio, a casa. L’ambiente fu una delle preoccupazioni di Don Bosco. In una epoca di regolamenti, egli pose in rilievo la spontaneità e lo spazio che si doveva lasciarle. In una epoca di molti livelli di autorità, Don Bosco mise in evidenza la necessità della familiarità e del convivere con l’educando, proprio perché per lui l’educazione era “una questione del cuore”, una trasmissione vitale di valori, la creazione di un ecosistema dove si respirava ottimismo e bene, e dove circolava una serie di valori che andavano configurando la personalità del giovane. Il nostro impegno, egli diceva, è far sì che il ragazzo arrivi ad essere così amico nostro che ci apra il cuore, e che noi possiamo influire su di lui a partire dallo stesso centro della sua vita. In questo modo ci sarà possibile non solo offrirgli gli elementi di tipo strumentale per destreggiarsi nella realtà, ma, ancor di più, accompagnarlo nella elaborazione dei propri criteri e progetti di vita.

Oggi questo aspetto diventa ancora più rilevante tenendo in conto la carenza, in molti casi, di una esperienza familiare che sia veramente la prima scuola della vita. Questo rapporto ‘familiare’ è il modo più efficace, anche se non sempre consapevole, di vivere in comunità e di essere introdotti in società. Vi può essere un rapporto di fredda e distante autorità; oppure un rapporto di educata formalità o invece un rapporto di simpatia, di intimità e di servizio costante; quest’ultimo si manifesta nella disponibilità a dialogare, a convivere, ad abbordare temi che interessano i giovani. Tale è il clima educativo di Don Bosco.

Il primo compito dell’educatore è dunque quello di esserci e di non stare fuori del campo dove viene giocata la partita. Se è vero che nell’educando ci sono tutte le disposizioni per realizzare la sua vita piena, è altrettanto vero che, lasciato a se stesso, potrebbe correre il rischio di non attuare tutte o completamente le sue possibilità di crescita. L’educatore sicuro e rassicurante, consapevole del proprio compito e responsabile, autorevole e non autoritario, cerca di instaurare un autentico dialogo e un costruttivo confronto con un giovane. Vitalmente implicato nella relazione educativa, la sua personalità, il suo passato, le sue paure, le sue ansie incidono sulla formazione dell’educando. È la sua persona che educa.

Nell’educatore il giovane non cerca più tanto il padre che pensa a tutto in sua vece, l’amico che gli organizza il tempo libero, il fratello che si interessa della sua crescita, l’adulto che distribuisce ordini, o il sorvegliante che minaccia castighi, ma l’uomo capace di mettersi accanto a lui, più attento alla sua persona che alle esigenze generiche dell’educazione, più disponibile ad offrirgli un contributo positivo allo sviluppo delle sue potenzialità inespresse, che non attento a neutralizzare unicamente gli elementi negativi e controproducenti.
L’educatore, quindi, non si ritiene più possessore e interprete unico del sistema, per così imporre o proporre certezze preconfezionate; si rende capace di interpretare i bisogni giovanili difficilmente esprimibili da loro stessi, di accompagnarli nella loro non facile ricerca delle risposte alle domande fondamentali della vita, di rispettarli nel loro diritto di essere e sentirsi protagonisti, di ridurre la propria funzione predominante per educarsi mentre educa, sia sul facile terreno del confronto che su quello difficile, ma altrettanto utile, dell’inevitabile scontro.

Lo spazio educativo
Don Bosco ha voluto attuare il suo progetto attraverso la cooperazione di vaste cerchie di persone. Nell’utopia di un movimento vasto come il mondo ha sognato la collaborazione e la complementarità di tutti i cattolici militanti e di tutti gli uomini di buona volontà interessati al futuro dell’umanità. Concretamente però la sua esperienza si è attuata per lo più in un istituto: un sistema «istituzionale» chiuso, separato, apolitico, autonomo dove tutto si svolgeva all’interno di un preciso spazio educativo autosufficiente, dove i maestri ufficialmente riconosciuti erano Don Bosco e i suoi “figli” e dove vigeva un’unica e semplice cultura: quella cattolica della classe popolare, la cui unica aspirazione era il provvedersi di sufficienti mezzi di vita terrena, in attesa del premio celeste di tale vita.

Oggi per poter ricreare questo spazio sembra necessario il massimo coinvolgimento, con relativa responsabilità morale, di tutti gli “operatori” di educazione, auspicabilmente di tutti gli adulti che, a vario titolo, incidono sull’educazione dei giovani e sulla loro capacità di compiere scelte esistenziali: genitori, insegnanti, educatori, assistenti e operatori sociali, ecc. Formare alleanze condividendo strategie, tempi, modalità comporta logicamente non piccole difficoltà, tenuto conto della disomogeneità e delle divergenze delle forze in questione. Ma si tratta di una conditio sine qua non per cogliere i frutti del nostro impegno educativo ed obbliga allo stabilimento di un forte, e cordiale, rapporto tra gli educatori. Gli educatori possono mantenere tre tipi di rapporti, o lavorativo, ridotto fondamentalmente al minimo: la prestazione di un servizio e la corrispettiva rimunerazione; o professionale, in cui oltre alla prestazione di servizi e alla rimunerazione, esiste un rapporto di amicizia e di discussione dei temi che toccano la comune professione; o  vocazionale, proprio degli educatori che sono convinti del valore dell’educazione e la svolgono come missione.
Essere oggi professore è una professione tecnica (docente), ma soprattutto, una vocazione personale (educatore). Formare ed educare, orientare ed insegnare richiamano una preparazione rigorosa che, pure, nel momento di mettersi in gioco, lascia l’educatore dipendente dalla sua creatività, perspicacia e bontà, perché il soggetto davanti cui si trova, per la sua intelligenza viva e la sua libertà attiva, è sempre un mistero con azioni e reazioni insospettate, al quale tutto è necessario e, tuttavia, nulla gli è sufficiente. Orbene, il rapporto vocazionale tra gli educatori è quello che unisce mediante idee di vita e valori identici che si vogliono coltivare in comune.
Questo tipo di rapporto è quello che meglio si addice a un gruppo di educatori che desiderano portare avanti un progetto educativo con coerenza e con approfondimenti progressivi. In definitiva, si basa sulla convinzione che esiste un insieme di valori che stiamo coltivando ed una missione che stiamo realizzando insieme. Da questo rapporto segue la possibilità di una maggiore personalizzazione di esso in rapporto alla «libertà» effettiva dell’educando, alle sue richieste di autonomia nello scegliere obiettivi e mezzi per raggiungerli, alle “energie” di cui è portatore che vanno rispettate e aiutate a svilupparsi con risorse e modalità differenziate nelle diverse stagioni della vita.
Educare così porta a proporre esperienze valide e coinvolgenti, fa crescere i giovani dall’interno facendo leva sulla libertà interiore e contrastando i condizionamenti esteriori; “conquistar il cuore” dei giovani per invogliarli serenamente verso i valori, correggendo le deviazioni e contenendone le passioni; li prepara al futuro accoppiando alla formazione della mente l’acquisizione di abilità operative; arriva là dove nascono e si radicano i comportamenti dei giovani per sviluppare in loro una personalità capace di decisioni proprie e di discernimento; abilita i giovani alla concretezza della vita sociale ed ecclesiale: ecco il difficile compito dell’educatore salesiano.

Il secondo documento di grande importanza e rilievo è rappresentato dalla lettera indirizzata ai confratelli il 25 aprile 2010 riguardante La pastorale giovanile salesiana.  Si sofferma il Rettor Maggiore sui diversi settori della pastorale giovanile e tra questi include in maniera non secondaria quello della scuola. Egli afferma che la presenza salesiana nel campo dell’educazione formale e in particolare nella scuola è una delle più consistenti, significative e diffuse.

Nel 2007 la Congregazione era responsabile di 1208 Istituti scolastici di diversi livelli, con un po’ più di un milione di allievi, soprattutto nella fascia dei preadolescenti, anche se in quest’ultimo sessennio sono notevolmente cresciuti gli allievi delle scuole superiori, e in particolare di quelle di livello universitario. I Salesiani che lavorano nel campo scolastico sono 2286 a tempo pieno e 1364 a tempo parziale, con la collaborazione di una schiera assai grande di laici, quasi 60.000.
La scuola salesiana è una presenza cristiana significativa nel mondo dell’educazione e della cultura; aiuta i giovani a prepararsi dignitosamente per la vita e contribuisce a formare la mentalità ed a trasformare la società secondo i valori umani e cristiani; per questo è uno strumento fondamentale per l’evangelizzazione. In parecchie nazioni dell’Asia o dell’Africa la scuola è sovente l’unica forma di presenza di Chiesa consentita e in essa la comunità cristiana offre una testimonianza di servizio disinteressato ai settori più poveri della società, un ambiente umano permeato dai valori evangelici, come testimonianza silenziosa di Gesù Cristo e anche come una preziosa opportunità per le famiglie cristiane del posto di educare cristianamente i propri figli.

In questi anni la Congregazione ha fatto un notevole sforzo per rinnovare la sua presenza in questo campo, soprattutto nei seguenti aspetti principali:
1º    La qualità educativa e pastorale dell’ambiente in cui si vive, dei programmi e delle proposte che si offrono, della metodologia che si adopera, delle stesse strutture e risorse materiali, delle persone in essa impegnate, attraverso un PEPS operativo e condiviso da tutta la comunità educativa, in modo che diventi capace di orientare e guidare la dinamica quotidiana della scuola. In questo senso è importante superare il pericolo di considerare la pastorale come un settore accanto ad altri, piuttosto che la qualità di tutta la vita della scuola, della cultura, della metodologia, dei rapporti, delle proposte, ecc. che in essa si presentano e si realizzano; sovente ciò è ben presentato nei documenti, ma rimane una sfida da riuscire a tradurre in pratica nella vita quotidiana della comunità educativa.

2º    La comunità educativo - pastorale: impegnarsi a costruire la scuola come comunità umana al servizio dell’educazione e dell’evangelizzazione dei giovani e non soltanto come un’istituzione di servizi educativi. Una scuola è una comunità educativo - pastorale quando in essa il centro è costituito dalle persone, soprattutto i giovani, con rapporti interpersonali, con la condivisione dei valori della pedagogia e della spiritualità salesiana, con il coinvolgimento e il protagonismo di tutti nelle loro diverse funzioni.

3º    Una scuola piattaforma di efficace e normale evangelizzazione, in modo speciale attraverso la promozione e trasmissione di una cultura e di una mentalità ispirata ai valori evangelici. La pastorale giovanile salesiana nel campo dell’educazione deve promuovere nei giovani non soltanto una vita cristiana, ma anche una cultura ispirata alla fede e ai valori evangelici, che sia un’alternativa alla cultura dell’ambiente sovente caratterizzata dal secolarismo, relativismo, soggettivismo, consumismo. I contenuti culturali che si offrono nella vita quotidiana di una scuola, nelle diverse discipline, nella metodologia, nell’ambiente e nei rapporti, ecc. non sempre ricevono l’attenzione che necessiterebbero per garantire una coerenza tra i contenuti trasmessi o le metodologie adoperate e i valori della fede cristiana, in modo che questa informi efficacemente la vita personale, professionale e sociale delle persone e si stabilisca un fecondo rapporto tra fede e cultura.

4º    Una scuola attenta e aperta ai giovani più poveri; con una dinamica e una metodologia che previene il fallimento scolastico e aiuta a superarlo con corsi di recupero, scuole serali per i giovani che si trovano fuori della struttura scolastica, ecc.; che promuove, attraverso diverse materie e attività proposte, il contatto e l’inserimento nella realtà sociale, per scoprire le cause delle situazioni di emarginazione e di esclusione che in essa si vivono e per suscitare l’impegno per superarle; una scuola che promuove la cultura del dialogo, della collaborazione, dell’accettazione del diverso, della solidarietà.

Questi obiettivi, rileva ancora don Chavez, sono stati promossi in questi anni attraverso uno sforzo sistematico e continuo attuato in parecchie regioni della Congregazione. Esemplare è il processo che si sta realizzando nell’America salesiana a partire dagli incontri continentali di Cumbayá (1994 e 2001) e Brasilia (2008). Le conclusioni di questi incontri sono approfondite nelle diverse équipes ispettoriali e zonali per tradurle in programmi operativi che guidano l’azione delle differenti comunità educative, aiutandole a verificare la loro prassi educativa e a trasformarla. Questo sforzo si realizza insieme con i vari gruppi della Famiglia Salesiana che gestiscono scuole in America.

Qualcosa di simile si sta sviluppando anche in Europa (incontri di Roma del 1994 e 2000, di Cracovia nel 2004 e di Siviglia nel 2010) e in Asia sud, attraverso i coordinamenti interispettoriali o nazionali. Nel Brasile con queste stesse finalità i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice hanno costituito una rete delle scuole salesiane, mediante la quale si promuove la formazione dei professori e l’elaborazione di testi scolastici secondo la pedagogia salesiana.
Questo cammino di rinnovamento esige certamente una più sistematica formazione permanente degli educatori. Oltre allo sforzo delle Ispettorie per garantire una buona formazione educativa e salesiana con programmi sistematici, si sono sviluppati in alcune Ispettorie o zone, diversi centri e progetti di formazione educativa e pastorale salesiana dei collaboratori laici, in modo speciale dei professori delle nostre scuole.